GOOD KILL, di Andrew Niccol (concorso)
Ultimo film a essere presentato in concorso e forse sinora peggior concorrente di questa selezione. Il thriller ambientato a Las Vegas in una base militare che a distanza bombarda il suolo palestinese è la solita minestra riscaldata di un militare in crisi esistenziale che inizia a essere stufo di dover eseguire ordini come una marionetta senza poter avere voce in capitolo. Il tutto sarà alla base dei suoi problemi che, ovviamente, coinvolgeranno anche la relazione con sua moglie. L’happy ending è tanto scontato quanto fastidioso, ma soprattutto il percorso che il personaggio compie prima di arrivare ai minuti finali rende la pellicola a tratti anche offensiva nei confronti di chi quei drammi li vive davvero. Una superficialità contenutistica presente per tutta la durata del lavoro, unita ad attori in scarsa forma e ad una tensione che manca (elemento piuttosto significativo per un film che rientra in questo genere) sono i fattori che contribuiscono al fiasco. Viene da chiedersi come mai sia entrato nella selezione ufficiale veneziana.
PEREZ, di Edoardo De Angelis (fuori concorso)
Lo spunto iniziale di questo thriller intimista diretto da De Angelis è molto interessante. Perez è un avvocato di serie C interpretato degnamente da Zingaretti che si infila in affari con la Camorra da cui poi cercherà di uscirne per salvare lui e sua figlia. Il film però perde ben presto l’impatto ed il brio iniziale andando a costruire una storia poco credibile e ben lontana dai binari su cui inizialmente viaggiava. Per far fronte a ciò, De Angelis punta tutto sull’interpretazione centrale e riuscita di Zingaretti ma sembra quasi tralasciare il resto degli elementi che quindi gravano sulla mancata riuscita finale. L’opera comunque sia è una delle migliori pellicole italiane presentate in rassegna al Lido ed è curioso notare come ancora una volta (dopo Anime Nere, Patria, La Trattativa, Belluscone, Arance e Martello) i film nostrani sembrino essere interessati alla criminalità organizzata, ambientando storie e personaggi in universi che orbitano attorno a questa sfera. Siamo di fronte ad una vera e propria passione tematica che porta gli autori a voler denunciare propriamente queste realtà, oppure è l’ennesima crisi di idee che spinge i produttori a spremere fino all’ultimo centesimo la nuova gallina dalle uova d’oro nata sotto il nome di Gomorra?
venerdì 5 settembre 2014
VENEZIA 71. GIORNO 9 (Giovedi 4 Settembre)
LA TRATTATIVA, di Sabina Guzzanti (fuori concorso)
Che piaccia o meno, Sabina Guzzanti propone sempre dei film che si avvalgono degli stessi pregi e degli stessi difetti delle pellicole precedenti. Il pregio de La Trattativa è quello di riuscire ancora una volta a descrivere in maniera chiara, semplice, lineare, a tratti originale, divertente e satirica una tra le più scottanti e crude realtà del nostro Paese, ovvero la trattativa (o presunta tale) tra governo italiano e Mafia avvenuta attorno alla prima metà degli anni '90.
I difetti della pellicola però, come sempre, riguardano la sfera contenutistica. La Guzzanti non va mai oltre il noto o il reperibile costruendo dunque documentari stimolanti per i neofiti alla materia, ma inutili per chi invece conosce già minimamente l'argomento. Inoltre, la regista spesso alza l'asticella sostenendo tesi interessanti e molto critiche, ma non porta le dovute argomentazioni e le prove necessarie per convincere il pubblico che effettivamente la sua è una posizione veritiera.
BURYING THE EX, di Joe Dante (fuori concorso)
Joe Dante è da sempre un regista giocherellone che ama divertirsi come un bambino realizzando i suoi film. Piccoli mostriciattoli, giocattoli militari, toni horrorifici e stravaganti sono solo alcuni esempi del cinema che il regista mette in scena. Con questo suo ultimo lavoro non ci risparmia nulla, raccontando una "classica" storia d'amore (dove lui vorrebbe lasciare lei ma non ha il coraggio di farlo anche se l'arrivo della terza dovrebbe stimolarlo maggiormente) ma facendolo in salsa "zombie". Il film non ha nessuna pretesa autoriale, è divertente, scorrevole e con i giusti tempi comici (si ride molto). Ma la bravura del regista è anche quella di riuscire a gestire tutto questo materiale presentandolo attraverso diversi generi cinematografici. Una sorta di "jam session" efficace e cinefila che farà contenti sia gli spettatori più esperti ed esigenti, che il pubblico meno appassionato.
Che piaccia o meno, Sabina Guzzanti propone sempre dei film che si avvalgono degli stessi pregi e degli stessi difetti delle pellicole precedenti. Il pregio de La Trattativa è quello di riuscire ancora una volta a descrivere in maniera chiara, semplice, lineare, a tratti originale, divertente e satirica una tra le più scottanti e crude realtà del nostro Paese, ovvero la trattativa (o presunta tale) tra governo italiano e Mafia avvenuta attorno alla prima metà degli anni '90.
I difetti della pellicola però, come sempre, riguardano la sfera contenutistica. La Guzzanti non va mai oltre il noto o il reperibile costruendo dunque documentari stimolanti per i neofiti alla materia, ma inutili per chi invece conosce già minimamente l'argomento. Inoltre, la regista spesso alza l'asticella sostenendo tesi interessanti e molto critiche, ma non porta le dovute argomentazioni e le prove necessarie per convincere il pubblico che effettivamente la sua è una posizione veritiera.
BURYING THE EX, di Joe Dante (fuori concorso)
Joe Dante è da sempre un regista giocherellone che ama divertirsi come un bambino realizzando i suoi film. Piccoli mostriciattoli, giocattoli militari, toni horrorifici e stravaganti sono solo alcuni esempi del cinema che il regista mette in scena. Con questo suo ultimo lavoro non ci risparmia nulla, raccontando una "classica" storia d'amore (dove lui vorrebbe lasciare lei ma non ha il coraggio di farlo anche se l'arrivo della terza dovrebbe stimolarlo maggiormente) ma facendolo in salsa "zombie". Il film non ha nessuna pretesa autoriale, è divertente, scorrevole e con i giusti tempi comici (si ride molto). Ma la bravura del regista è anche quella di riuscire a gestire tutto questo materiale presentandolo attraverso diversi generi cinematografici. Una sorta di "jam session" efficace e cinefila che farà contenti sia gli spettatori più esperti ed esigenti, che il pubblico meno appassionato.
VENEZIA 71. GIORNO 8 (Mercoledi 3 Settembre)
PASOLINI, di Abel Ferrara (concorso)
Il lavoro prova ad indagare gli ultimi giorni di vita dell’autore italiano ma purtroppo risulta poco lucido, frettoloso e a tratti amatoriale. Sia per una regia posticcia, sbadata, poco curata nei dettagli, sia per una sceneggiatura del tutto superficiale e dai poveri contenuti filologici (viene da chiedersi se Ferrara abbia studiato le opere dell’autore prima di mettersi al lavoro per questo titolo), Pasolini delude soprattutto nella parte finale troppo buonista e onirica.
Ultima fatica del veterano regista svedese Roy Andersson. Composto da 39 inquadrature fisse, studiate alla perfezione nella composizione e facenti da “palcoscenico” per gli attori che vi sfileranno dentro e interagiranno con lo spazio, la pellicola è di ottima fattura anche per i contenuti che continuano a stuzzicare riflessioni legate all’esistenza umana senza mai però appesantire la visione. Il film infatti è molto ironico e spiritoso, affascinante e divertente, con dei personaggi molto buffi e grotteschi che provano ad evadere dalla scena in cui sono collocati e, di conseguenza, dal loro piccolo mondo. Gli ambienti del film infatti, sono una chiara metafora alla vita ed al mondo in cui viviamo, sempre soggetto all’imprevedibile e in continuo mutamento. Un piccolo gioiellino, speriamo che la giuria ne riconosca le doti.
Il lavoro prova ad indagare gli ultimi giorni di vita dell’autore italiano ma purtroppo risulta poco lucido, frettoloso e a tratti amatoriale. Sia per una regia posticcia, sbadata, poco curata nei dettagli, sia per una sceneggiatura del tutto superficiale e dai poveri contenuti filologici (viene da chiedersi se Ferrara abbia studiato le opere dell’autore prima di mettersi al lavoro per questo titolo), Pasolini delude soprattutto nella parte finale troppo buonista e onirica.
A PIGEON SAT ON A BRANCH REFLECTING ON EXISTENCE, di Roy Andersson (concorso)
RITORNO A ITACA, di Laurent Cantet (giornate degli autori)
Laurent Cantet è il regista palma d’oro a Cannes per il film La classe. Il suo nuovo lungometraggio però non convince del tutto come il suo lavoro precedente, mettendo in scena degli amici chiacchieroni che parlano della vita e portano alla luce dei rancori passati e mai affrontati faccia a faccia. Ricercando lo stile del film che gli valse il primo premio a Cannes, il regista incolla la macchina da presa ai personaggi proprio per cercare di scovare ogni singola espressione del viso e ricercare emozioni. Emozioni che però non arrivano alla spettatore troppo annoiato dal minutaggio della pellicola e dalle battute poco frizzanti dei dialoghi. Alcuni passaggi sono degni di nota, il film è ambientato a Cuba e il regista vince la sfida di riuscire a far respirare l’aria del posto pur senza inquadrare la città e l’ambiente, ma questo non basta per rendere l’opera qualcosa di valido al cento per cento.
mercoledì 3 settembre 2014
VENEZIA 71. GIORNO 7 (Martedi 2 Settembre)
IL GIOVANE FAVOLOSO, di Mario Martone (concorso)
Terzo e ultimo film italiano presentato in concorso a Venezia, Il Giovane Favoloso è un'opera complessa, ricca di stimoli per lo spettatore e convincente grazie al lavoro dettagliatissimo che il regista ha apportato a sceneggiatura, direzione degli attori (Elio Germano enorme come sempre), messa in scena e lavoro filologico. Inoltre, la sfida alla base era molto ostile e rischiosa, raccontare l'intimo di Giacomo Leopardi. Il film pecca forse di un'eccessiva lunghezza e di un ritmo piuttosto lento, ma Martone si mette subito in mostra cercando di ricostruire dei veri e propri quadri pittorici che facciano da scenari davanti ai quali far muovere ed interagire i suoi attori (non dimentichiamoci che il regista arriva dal teatro, e tale impostazione si sente molto in questo lavoro). Il Leopardi di Germano ripercorrerà tutta la sua carriera letteraria, entrando in contatto con tutte le sfere d'interesse che da sempre caratterizzano il suo corpus come il pessimismo, la malinconia e il rapporto con la natura. Il film dosa tutti gli elementi e funziona in un climax ideale che termina in un epico e commovente finale. Da vedere.
NOBI, di Shinya Tsukamoto (concorso)
Il concorso veneziano sembra aver intrapreso una strada migliore, finalmente. Nobi, diretto dal nipponico Tsukamoto che torna al Festival a tre anni di distanza dal suo ultimo lavoro, è un concentrato audiovisivo violento e cinico, ambientato su un'isola delle Filippine sul finire della Seconda Guerra Mondiale. L'opera ha uno scopo unico, immedesimare il più possibile lo spettatore con i soldati protagonisti della vicenda e calarlo in mezzo alle bombe. Per raggiungere l'obiettivo, Tsukamoto, intelligentemente, si avvale delle nuove tecnologie senza abusare di effetti speciali (che anzi risultano posticci e artigianali), ma mixando in maniera eccellente, martellante e senza un attimo di pausa musica elettronica, effetti sonori acuti e immagini esplosive e sanguinolenti. Una visione totalmente avvolgente e cruda, che non riserva la minima pietà così come non lo fanno i suoi protagonisti. Anche se psicologicamente inferiore ad altri suoi titoli precedenti, Nobi convince senza nessuna riserva.
I NOSTRI RAGAZZI, di Ivano De Matteo (giornate degli autori)
E' un prodotto strano questo nuovo film di Ivano De Matteo, una pellicola incentrata sul senso di giustizia, sulla responsabilità delle proprie scelte, sui rapporti familiari a 360 gradi (marito/maglio, gnitori/figli, fratelli ecc.) ma che non riesce a convincere fino in fondo soprattutto sul piano narrativo. La storia (interpretata degnamente da tutti gli attori tra i quali svettano Alessandro Gassmann, Luigi Lo Cascio, Giovanna Mezzogiorno e Barbara Bobulova) cresce bene fino alle battute d'arrivo in cui sembra che il regista non sappia come chiudere le vicende e si affidi dunque ad un finale sbrigativo e poco convincente. I Nostri Ragazzi cerca di mettere a confronto due famiglie diverse per tipologia e ideologia cercando poi di farle collidere. Il punto più debole è proprio la collisione di queste due sfere che promettono tempesta ma che in realtà poi sfociano in un debole temporale.
Terzo e ultimo film italiano presentato in concorso a Venezia, Il Giovane Favoloso è un'opera complessa, ricca di stimoli per lo spettatore e convincente grazie al lavoro dettagliatissimo che il regista ha apportato a sceneggiatura, direzione degli attori (Elio Germano enorme come sempre), messa in scena e lavoro filologico. Inoltre, la sfida alla base era molto ostile e rischiosa, raccontare l'intimo di Giacomo Leopardi. Il film pecca forse di un'eccessiva lunghezza e di un ritmo piuttosto lento, ma Martone si mette subito in mostra cercando di ricostruire dei veri e propri quadri pittorici che facciano da scenari davanti ai quali far muovere ed interagire i suoi attori (non dimentichiamoci che il regista arriva dal teatro, e tale impostazione si sente molto in questo lavoro). Il Leopardi di Germano ripercorrerà tutta la sua carriera letteraria, entrando in contatto con tutte le sfere d'interesse che da sempre caratterizzano il suo corpus come il pessimismo, la malinconia e il rapporto con la natura. Il film dosa tutti gli elementi e funziona in un climax ideale che termina in un epico e commovente finale. Da vedere.
NOBI, di Shinya Tsukamoto (concorso)
Il concorso veneziano sembra aver intrapreso una strada migliore, finalmente. Nobi, diretto dal nipponico Tsukamoto che torna al Festival a tre anni di distanza dal suo ultimo lavoro, è un concentrato audiovisivo violento e cinico, ambientato su un'isola delle Filippine sul finire della Seconda Guerra Mondiale. L'opera ha uno scopo unico, immedesimare il più possibile lo spettatore con i soldati protagonisti della vicenda e calarlo in mezzo alle bombe. Per raggiungere l'obiettivo, Tsukamoto, intelligentemente, si avvale delle nuove tecnologie senza abusare di effetti speciali (che anzi risultano posticci e artigianali), ma mixando in maniera eccellente, martellante e senza un attimo di pausa musica elettronica, effetti sonori acuti e immagini esplosive e sanguinolenti. Una visione totalmente avvolgente e cruda, che non riserva la minima pietà così come non lo fanno i suoi protagonisti. Anche se psicologicamente inferiore ad altri suoi titoli precedenti, Nobi convince senza nessuna riserva.
I NOSTRI RAGAZZI, di Ivano De Matteo (giornate degli autori)
E' un prodotto strano questo nuovo film di Ivano De Matteo, una pellicola incentrata sul senso di giustizia, sulla responsabilità delle proprie scelte, sui rapporti familiari a 360 gradi (marito/maglio, gnitori/figli, fratelli ecc.) ma che non riesce a convincere fino in fondo soprattutto sul piano narrativo. La storia (interpretata degnamente da tutti gli attori tra i quali svettano Alessandro Gassmann, Luigi Lo Cascio, Giovanna Mezzogiorno e Barbara Bobulova) cresce bene fino alle battute d'arrivo in cui sembra che il regista non sappia come chiudere le vicende e si affidi dunque ad un finale sbrigativo e poco convincente. I Nostri Ragazzi cerca di mettere a confronto due famiglie diverse per tipologia e ideologia cercando poi di farle collidere. Il punto più debole è proprio la collisione di queste due sfere che promettono tempesta ma che in realtà poi sfociano in un debole temporale.
martedì 2 settembre 2014
VENEZIA 71. GIORNO 6 (Lunedi 1 Settembre)
HUNGRY HEARTS, di Saverio Costanzo (concorso)
Saverio Costanzo, affermato regista italiano spesso ospite del Lido di Venezia, intraprende un viaggio in America per girare il suo ultimo film, Hungry Hearts. La pellicola prova ad indagare il rapporto tra marito e moglie di una coppia solidissima nel momento della svolta più importante della loro vita, la nascita di un bambino. L'isteria e le forti convinzioni nutrizionistiche della mamma del neonato, porteranno il bambino a rischiare la vita e il padre a ribellarsi cercando soluzioni estreme pur di far fronte al problema. Il film ha un buono spunto iniziale e accompagna lo spettatore passo dopo passo fin dentro la tragedia, ma da quando l'opera inizia ad entrare nel vivo, la bussola del regista perde qualsiasi coordinata. Provando ad avvalorare il tutto in maniera ingenua con scelte registiche elementari ed ingenue (come l'accompagnamento musicale totalmente forzato) che dovrebbero mirare ad una maggiore tensione e claustrofobia, Costanzo rischia di ridicolizzare un prodotto che aveva tutte le carte in regola per poter diventare un buon film.
ALTMAN, di Ron Mann (Venezia classici - documentari)
Si respira un grande senso di malinconia in questa opera documentaristica capace di compiere una carrellata, seppur frettolosa (2 minuti circa per ogni titolo), della lunga carriera cinematografica e televisiva di Robert Altman. Mann ha a disposizione moltissime e preziosissime immagini di repertorio dove l'eroe della sua pellicola può ancora dire la sua in prima persona. Il documentario lavora per sottrazione, intervistando diversi attori illustri (tra i quali anche il defunto Robin Williams) chiedendo ad ognuno di loro di definire a piacimento l'aggettivo "altmaniano", riesce a divertire grazie all'ironia prorompente di Altman stesso durante alcuni sui interventi televisivi e/o universitari, riesce a fare un affresco veloce dei mutamenti di Hollywood negli ultimi 50 anni circa (questo il periodo di attività del regista) e soprattutto ne costruisce un sincero omaggio. Il problema di lavori come questo però è che gli obiettivi appena descritti e pienamente raggiunti dalla pellicola, siano quasi una sorta di punto di partenza imprescendibile, infatti se si vuole omaggiare e ripercorrere la carriera di un autore, non si può non iniziare da questi elementi. Ecco allora che la critica che si può muovere al film è proprio quella di non inventarsi nulla di nuovo, di non rischiare nemmeno un po', rimanendo dunque in una struttura più classica e superata visti gli sviluppi notevoli che il genere documentario sta avendo da diversi anni a questa parte.
Saverio Costanzo, affermato regista italiano spesso ospite del Lido di Venezia, intraprende un viaggio in America per girare il suo ultimo film, Hungry Hearts. La pellicola prova ad indagare il rapporto tra marito e moglie di una coppia solidissima nel momento della svolta più importante della loro vita, la nascita di un bambino. L'isteria e le forti convinzioni nutrizionistiche della mamma del neonato, porteranno il bambino a rischiare la vita e il padre a ribellarsi cercando soluzioni estreme pur di far fronte al problema. Il film ha un buono spunto iniziale e accompagna lo spettatore passo dopo passo fin dentro la tragedia, ma da quando l'opera inizia ad entrare nel vivo, la bussola del regista perde qualsiasi coordinata. Provando ad avvalorare il tutto in maniera ingenua con scelte registiche elementari ed ingenue (come l'accompagnamento musicale totalmente forzato) che dovrebbero mirare ad una maggiore tensione e claustrofobia, Costanzo rischia di ridicolizzare un prodotto che aveva tutte le carte in regola per poter diventare un buon film.
ALTMAN, di Ron Mann (Venezia classici - documentari)
Si respira un grande senso di malinconia in questa opera documentaristica capace di compiere una carrellata, seppur frettolosa (2 minuti circa per ogni titolo), della lunga carriera cinematografica e televisiva di Robert Altman. Mann ha a disposizione moltissime e preziosissime immagini di repertorio dove l'eroe della sua pellicola può ancora dire la sua in prima persona. Il documentario lavora per sottrazione, intervistando diversi attori illustri (tra i quali anche il defunto Robin Williams) chiedendo ad ognuno di loro di definire a piacimento l'aggettivo "altmaniano", riesce a divertire grazie all'ironia prorompente di Altman stesso durante alcuni sui interventi televisivi e/o universitari, riesce a fare un affresco veloce dei mutamenti di Hollywood negli ultimi 50 anni circa (questo il periodo di attività del regista) e soprattutto ne costruisce un sincero omaggio. Il problema di lavori come questo però è che gli obiettivi appena descritti e pienamente raggiunti dalla pellicola, siano quasi una sorta di punto di partenza imprescendibile, infatti se si vuole omaggiare e ripercorrere la carriera di un autore, non si può non iniziare da questi elementi. Ecco allora che la critica che si può muovere al film è proprio quella di non inventarsi nulla di nuovo, di non rischiare nemmeno un po', rimanendo dunque in una struttura più classica e superata visti gli sviluppi notevoli che il genere documentario sta avendo da diversi anni a questa parte.
lunedì 1 settembre 2014
VENEZIA 71. GIORNO 5 (Domenica 31 Agosto)
THE BOXTROLLS 3D, di Anthony Stacchi e Graham Annable (fuori concorso)
Attesissimo ritorno sul grande schermo di una delle più fresche e attive case di produzione di cinema d'animazione a passo uno (ovvero in stop motion) che dopo averci deliziato con Coraline e la porta magica e Paranorman, sbarca al Lido col suo ultimo lavoro che, diciamolo sin da ora, risulta essere il più debole della carriera. Boxtrolls si avvale di un'animazione fluida ed efficace, di un 3D sopportabile ma ingiustificato, ma quel che più noce al film è la struttura di una storia troppo elementare e per nulla innovativa (quindi l'esatto contrario delle caratteristiche che erano presenti nei titoli precedenti). I bambini si divertiranno di sicuro e la morale è garantita, però da questo team già consolidato ed assodato ci si potrebbe e ci si dovrebbe aspettare di meglio. Peccato.
THE CUT, di Fatih Akin (concorso)
Altro scivolone del concorso veneziano che proprio non riesce a decollare. The Cut, dopo essere stato scartato dalle selezioni di altri importanti festival quali quello di Cannes e Berlino, sbarca a Venezia nella sezione principale e dimostra tutta la sua inadeguatezza per poter svettare. Il film è lungo ma non noioso (nota di merito), potenzialmente molto elevato e con una storia di impatto classico (una guerra dividerà una famiglia e il nostro eroe inizierà un viaggio di ritorno lunghissimo e carico di insidie), ma lo stile adottato dal regista (troppo elementare e colorato), la sceneggiatura prolissa (soprattutto nella seconda parte) inutilmente, lo sguardo ammiccante ad una retorica spicciola e mirata alla lacrima facile (vedi il patetico finale) non aiutano alla buona riuscita della pellicola. Infine, altro errore da non sottovalutare, la scelta sbagliata di un attore protagonista poco espressivo che per più di due ore è costantemente al centro dell'inquadratura, porta ben presto noi spettatori a stufarci. Giusto però anche sottolineare il buono del lavoro rappresentato in prima battuta da un commento musicale compatto e contrastante con le immagini che vengono mostrate. Non dimentichiamoci che il presidente della giuria di quest'anno è un compositore.
Attesissimo ritorno sul grande schermo di una delle più fresche e attive case di produzione di cinema d'animazione a passo uno (ovvero in stop motion) che dopo averci deliziato con Coraline e la porta magica e Paranorman, sbarca al Lido col suo ultimo lavoro che, diciamolo sin da ora, risulta essere il più debole della carriera. Boxtrolls si avvale di un'animazione fluida ed efficace, di un 3D sopportabile ma ingiustificato, ma quel che più noce al film è la struttura di una storia troppo elementare e per nulla innovativa (quindi l'esatto contrario delle caratteristiche che erano presenti nei titoli precedenti). I bambini si divertiranno di sicuro e la morale è garantita, però da questo team già consolidato ed assodato ci si potrebbe e ci si dovrebbe aspettare di meglio. Peccato.
THE CUT, di Fatih Akin (concorso)
Altro scivolone del concorso veneziano che proprio non riesce a decollare. The Cut, dopo essere stato scartato dalle selezioni di altri importanti festival quali quello di Cannes e Berlino, sbarca a Venezia nella sezione principale e dimostra tutta la sua inadeguatezza per poter svettare. Il film è lungo ma non noioso (nota di merito), potenzialmente molto elevato e con una storia di impatto classico (una guerra dividerà una famiglia e il nostro eroe inizierà un viaggio di ritorno lunghissimo e carico di insidie), ma lo stile adottato dal regista (troppo elementare e colorato), la sceneggiatura prolissa (soprattutto nella seconda parte) inutilmente, lo sguardo ammiccante ad una retorica spicciola e mirata alla lacrima facile (vedi il patetico finale) non aiutano alla buona riuscita della pellicola. Infine, altro errore da non sottovalutare, la scelta sbagliata di un attore protagonista poco espressivo che per più di due ore è costantemente al centro dell'inquadratura, porta ben presto noi spettatori a stufarci. Giusto però anche sottolineare il buono del lavoro rappresentato in prima battuta da un commento musicale compatto e contrastante con le immagini che vengono mostrate. Non dimentichiamoci che il presidente della giuria di quest'anno è un compositore.
VENEZIA 71. GIORNO 4 (Sabato 30 Agosto)
SENZA NESSUNA PIETA', di Michele Alhaique (orizzonti)
Ennesimo film italiano incentrato su una storia di malavita e di solitudini che si incontrano per aiutarsi e completarsi a vicenda. Lo spunto iniziale di questo lavoro però sembra essere più debole rispetto ad altri prodotti simili, eppure il regista grazie ad una regia dinamica, ben curata, ad attori capaci e mai sotto tono (Favino e Giannini su tutti), ad un uso sapiente dell'intervento musicale, riesce a portare la barca in porto senza affondare del tutto.
Alhaique sceglie uno stile dinamico, serrato e con una vicinanza della macchina da presa molto ridotta rispetto al volto degli attori, così da poterne cogliere tutte le emozioni. Un pizzico di studio in più a livello di scrittura avrebbe sicuramente giovato alla riuscita della pellicola, ma anche così non c'è male.
SHE'S FUNNY THAT WAY, di Peter Bogdanovich (fuori concorso)
Doveroso spendere due righe per lodare l’ultima pellicola del veterano Peter Bogdanovich che fuori concorso ha presentato la commedia She’s Funny That Way, una sorta di omaggio alle screwball comedy della Hollywood classica, giocata tutta sugli equivoci, con una sceneggiatura perfettamente calibrata e dialoghi frizzanti. Girato tutto in interni, il film si diverte e ci diverte nel massacrare i suoi personaggi, dipingendo una società egoista e ruffiana della quale però, come suggerisce il titolo, è giusta a volte riderci sopra e prenderla così com’è. In ottima forma il cast (tra i vari nomi ricordiamo Owen Wilson e Jennifer Aniston) che sicuramente regala una marcia in più a questo prodotto che riesce a mescolare la giusta dose di malinconia e serenità.
BELLUSCONE. UNA STORIA SICILIANA, di Franco Maresco (orizzonti)
Torna dietro la macchina da presa il mitico e grottesco Franco Maresco con un documentario (o mokumentario?) divertente, ritmato, provocatorio, affascinante che si ripropone di raccontare l'influenza di Silvio Berlusconi sull'isola siciliana. Attraverso interviste a personaggi dello spettacolo (soprattutto cantanti neomelodici), comici televisivi, cittadini eccetera, il regista sferza un attacco satirico fresco ed originale, che mette sotto la lente lo scottante tema della mafia, della sua influenza sui cittadini e del suo rapporto con le alte sfere statali. Una bella boccata d'acqua fresca per questa Mostra veneziana che sinora ha regalato ben pochi titoli memorabili e/o godibili.
Ennesimo film italiano incentrato su una storia di malavita e di solitudini che si incontrano per aiutarsi e completarsi a vicenda. Lo spunto iniziale di questo lavoro però sembra essere più debole rispetto ad altri prodotti simili, eppure il regista grazie ad una regia dinamica, ben curata, ad attori capaci e mai sotto tono (Favino e Giannini su tutti), ad un uso sapiente dell'intervento musicale, riesce a portare la barca in porto senza affondare del tutto.
Alhaique sceglie uno stile dinamico, serrato e con una vicinanza della macchina da presa molto ridotta rispetto al volto degli attori, così da poterne cogliere tutte le emozioni. Un pizzico di studio in più a livello di scrittura avrebbe sicuramente giovato alla riuscita della pellicola, ma anche così non c'è male.
SHE'S FUNNY THAT WAY, di Peter Bogdanovich (fuori concorso)
Doveroso spendere due righe per lodare l’ultima pellicola del veterano Peter Bogdanovich che fuori concorso ha presentato la commedia She’s Funny That Way, una sorta di omaggio alle screwball comedy della Hollywood classica, giocata tutta sugli equivoci, con una sceneggiatura perfettamente calibrata e dialoghi frizzanti. Girato tutto in interni, il film si diverte e ci diverte nel massacrare i suoi personaggi, dipingendo una società egoista e ruffiana della quale però, come suggerisce il titolo, è giusta a volte riderci sopra e prenderla così com’è. In ottima forma il cast (tra i vari nomi ricordiamo Owen Wilson e Jennifer Aniston) che sicuramente regala una marcia in più a questo prodotto che riesce a mescolare la giusta dose di malinconia e serenità.
BELLUSCONE. UNA STORIA SICILIANA, di Franco Maresco (orizzonti)
Torna dietro la macchina da presa il mitico e grottesco Franco Maresco con un documentario (o mokumentario?) divertente, ritmato, provocatorio, affascinante che si ripropone di raccontare l'influenza di Silvio Berlusconi sull'isola siciliana. Attraverso interviste a personaggi dello spettacolo (soprattutto cantanti neomelodici), comici televisivi, cittadini eccetera, il regista sferza un attacco satirico fresco ed originale, che mette sotto la lente lo scottante tema della mafia, della sua influenza sui cittadini e del suo rapporto con le alte sfere statali. Una bella boccata d'acqua fresca per questa Mostra veneziana che sinora ha regalato ben pochi titoli memorabili e/o godibili.
sabato 30 agosto 2014
VENEZIA 71. GIORNO 3 (Venerdi 29 Agosto)
99 HOMES, di Ramin Bahrani (concorso)Sinora il concorso del Festival sta stentando a decollare. Eccetto il documentario di Joshua Oppenheimer (di cui vi parlo poco più sotto), i film di fiction sono piuttosto piatti e poco convincenti. 99 Homes invece sembra essere il prodotto meglio confezionato sia dal punto di vista della scrittura (ottima la sceneggiatura vivace e in costante tensione) che della regia e dell'interpretazione degli attori (primo su tutti Michael Shannon). Il film indaga una realtà molto attuale e poco affrontata dal cinema, costruendo una storia di loschi agenti immobiliari che si arricchiscono sfrattando dalle proprie abitazione le persone più povere. Il protagonista dovrà sporcarsi le mani se vorrà rimanere a galla in questo mare di squali, e da vittima si trasforma in carnefice attraverso un percorso credibile e dosato. Il film però, in una seconda parte più canonica e frettolosa, sposta la sua lente su riflessioni abbastanza scontate come il valore delle proprie scelte morali a discapito di una cinicità dettata dalla legge della giungla. Risultando dunque meno profondo e perfetto di quanto possa apparire, 99 Homes rimane comunque uno dei titoli più apprezzati per il momento.
THE LOOK OF SILENCE, di Joshua Oppenheimer (concorso)
Invece convince pienamente e lascia il segno l’ultimo lavoro di Joshua Oppenheimer che, dopo aver sorpreso (in maniera positiva) e scandalizzato le platee di tutto il mondo con The Act of Killing, torna sullo stesso tema dirigendo il documentario The Look of Silence. Il film si apre in maniera didascalica per dare le giuste coordinate allo spettatore: Indonesia, 1965. Gli uomini al potere (ancora oggi a capo dello Stato) compiono uno sterminio di massa (le cifre stimate ruotano attorno al milione)anti comunista. Uno dei tanti genocidi clamorosamente poco ricordati della Storia. Con The Act of Killing, il regista provò a portare sotto i riflettori i fatti andando ad intervistare i diretti responsabili. In The Look of Silence, Oppenheimer gira la macchina da presa di 180 gradi, prendendo il punto di vista di chi il genocidio l’ha subito, anche se in maniera indiretta. Infatti il protagonista del film è un oculista che ha perso il fratello proprio a causa di queste esecuzioni. Nell’aiutare i suoi pazienti a mettere a fuoco la vista, il film cerca di mettere a fuoco (frequenti le inquadrature strette attorno alla montatura degli occhiali medici) una realtà ancora troppo nascosta e sconosciuta. Il confronto con il titolo precedente risulta quasi obbligato perchè sono troppi i richiami e i legami che le due pellicole condividono. Ma sotto la superficie, i lavori sono piuttosto diversi tra loro. Stilisticamente parlando, The Look of Silence si avvale di una regia più canonica e “classica” (forse un po’ troppo fredda e studiata in alcuni momenti), di sicuro profondamente distante dalle immagini più grezze e spontanee di The Act of Killing. Dal punto di vista dei contenuti invece, The Act of Killing (che dura quasi il doppio) informa lo spettatore su diverse questioni che in The Look of Silence sono date quasi per risapute. La funzione meramente istruttiva viene leggermente meno, ma è moralmente parlando che il film lascia il segno più profondo nello spettatore. Oppenheimer sembra soddisfatto del suo titolo precedente e vuole cambiare rotta, insistere nell’indagine dell’essere umano. Perché queste persone sono ancora al governo o non sono mai state imputate? Come si può vivere senza un minimo peso sulla coscienza dopo aver compiuto tali azioni? Perché il fratello di una vittima, agli occhi di ogni intervistato è visto come un emarginato da trascurare? Sempre rispettando la neutralità dello sguardo, il regista realizza dunque un film sicuramente riuscito, anche se a tratti lievemente altalenante, ripetitivo e mai così spiazzante come fu il precedente, ma che lascia il segno di un’umanità dilaniata e dilaniante su cui riflettere a lungo.
ANIME NERE, di Grancesco Munzi (concorso)
Primo film italiano in concorso, Anime Nere è un affresco del nostro Paese prima ancora che della criminalità organizzata. Amicizie, famiglie, sogni, passioni, tutto si frantuma di fronte ad una strada violenta e spietata, una strada che cerca la scorciatoia delle minacce per ottenere tutto e subito ma che inevitabilmente porterà ad una destinazione poco felice. Francesco Munzi lavora bene con gli attori e nel ricostruire un ambiente piccolo, sporco, claustrofobico dal quale non si riesce a trovare via di fuga (macchina da presa molto vicina agli sguardi e ai corpi dei personaggi), però in fin dei conti il suo film non aggiunge nulla di nuovo a quanto già detto e ridetto negli ultimi anni, soprattutto da noi in Italia dove il fenomeno Gomorra, tra libri film e serie tv, ha dato i suoi (buoni) frutti. Anime Nere è un'opera che non intacca mai fino in fondo lo spettatore, che non indaga più del solito l'ambiente camorristico e che non propone una chiave di lettura nuova o originale. Eppure la pellicola si lascia guardare anche se ostacolata da una sceneggiatura un po' troppo macchinosa che ci mette tanto ad ingranare. Per questi motivi alla fine della proiezione il regista si merita i nostri applausi. Consegnare questo progetto in una mano meno esperta o appassionata, non avrebbe sicuramente dato lo stesso risultato.
venerdì 29 agosto 2014
VENEZIA 71. GIORNO 2 (Giovedi 28 Agosto)
MESSI, di Alex De La Iglesia (giornate degli autori)
Alex De La Iglesia ha da sempre dimostrato di possedere un talento visionario fuori dal comune. Le aspettative per un documentario eccellente c'erano tutte data la firma del regista e lo sviluppo che, soprattutto negli ultimi anni, i documentari stanno avendo. Invece Messi è un film non riuscito, che cerca di raccontare più da vicino la storia di uno dei giocatori più forti al mondo, ma non resta che in superficie. Mescolando interviste con calciatori, ct, insegnanti scolastici ed amici d'infanzia a sequenze di fiction, il regista si ferma al primo step nel suo raccontare, quello delle curiosità (che tra l'altro, a ben vedere non sono poi così tante) per poi passare ad osannare il suo beniamino innalzandolo alla figura di Santo. Un consiglio, se volete guardare qualcosa sulla Pulce, recuperate un servizio della vostra trasmissione sportiva preferita.
THE PRESIDENT, di Moshen Makhmalbaf (orizzonti)
Il film d'apertura della sezione Orizzonti, convince solo a metà. La storia di un dittatore spietatissimo di una nazione immaginaria, che da un giorno all'altro, a causa di un colpo di Stato, si troverà costretto a nascondersi tra il suo popolo che tanto lo odia, regala delle sequenze davvero memorabili e toccanti, di una violenza fisica e psicologica non indifferente, capaci di far riflettere sulla responsabilità delle proprie azioni in una maniera poco indagata dal grande schermo. Però bisogna anche ammettere che alcune scelte stilistiche sono davvero elementari e poco convincenti (primo fra tutti un finale buonista e retorico che stona con il cinismo del resto della pellicola). Makhmalbaf aveva già dimostrato di essere un buon regista più che altro attento alla messa in scena e alla recitazione degli attori, peccato per i contenuti tematici davvero altalenanti.
LA VITA OSCENA, di Renato De Maria (orizzonti)
Purtroppo, il film più brutto (sinora) presentato alla mostra del cinema è un film italiano. Tratto da un romanzo autobiografico scritto da un ex tossicodipendente che riesce poi a uscire dal tunnel delle sostanze e dalla sua depressione, il film di De Maria fa acqua da tutte le parti proponendo una regia vorticosa, non funzionale alla tematica, multimediale ma a tratti grezza e davvero antica. Il problema maggiore dell'opera però risiede nei contenuti. Infatti la droga è un argomento serio e rischioso. Trattarlo in modo superficiale ed ingenuo, potrebbe risultare offensivo e poco rispettoso per tutti coloro che con tale piaga combattono quotidianamente. Da dimenticare.
Alex De La Iglesia ha da sempre dimostrato di possedere un talento visionario fuori dal comune. Le aspettative per un documentario eccellente c'erano tutte data la firma del regista e lo sviluppo che, soprattutto negli ultimi anni, i documentari stanno avendo. Invece Messi è un film non riuscito, che cerca di raccontare più da vicino la storia di uno dei giocatori più forti al mondo, ma non resta che in superficie. Mescolando interviste con calciatori, ct, insegnanti scolastici ed amici d'infanzia a sequenze di fiction, il regista si ferma al primo step nel suo raccontare, quello delle curiosità (che tra l'altro, a ben vedere non sono poi così tante) per poi passare ad osannare il suo beniamino innalzandolo alla figura di Santo. Un consiglio, se volete guardare qualcosa sulla Pulce, recuperate un servizio della vostra trasmissione sportiva preferita.
THE PRESIDENT, di Moshen Makhmalbaf (orizzonti)
Il film d'apertura della sezione Orizzonti, convince solo a metà. La storia di un dittatore spietatissimo di una nazione immaginaria, che da un giorno all'altro, a causa di un colpo di Stato, si troverà costretto a nascondersi tra il suo popolo che tanto lo odia, regala delle sequenze davvero memorabili e toccanti, di una violenza fisica e psicologica non indifferente, capaci di far riflettere sulla responsabilità delle proprie azioni in una maniera poco indagata dal grande schermo. Però bisogna anche ammettere che alcune scelte stilistiche sono davvero elementari e poco convincenti (primo fra tutti un finale buonista e retorico che stona con il cinismo del resto della pellicola). Makhmalbaf aveva già dimostrato di essere un buon regista più che altro attento alla messa in scena e alla recitazione degli attori, peccato per i contenuti tematici davvero altalenanti.
LA VITA OSCENA, di Renato De Maria (orizzonti)
Purtroppo, il film più brutto (sinora) presentato alla mostra del cinema è un film italiano. Tratto da un romanzo autobiografico scritto da un ex tossicodipendente che riesce poi a uscire dal tunnel delle sostanze e dalla sua depressione, il film di De Maria fa acqua da tutte le parti proponendo una regia vorticosa, non funzionale alla tematica, multimediale ma a tratti grezza e davvero antica. Il problema maggiore dell'opera però risiede nei contenuti. Infatti la droga è un argomento serio e rischioso. Trattarlo in modo superficiale ed ingenuo, potrebbe risultare offensivo e poco rispettoso per tutti coloro che con tale piaga combattono quotidianamente. Da dimenticare.
mercoledì 27 agosto 2014
VENEZIA 71. GIORNO 1 (Mercoledi 27 Agosto)
BIRDMAN, di Alejandro G. Inarritu (concorso)
Dopo l'ottima scelta di Gravity come apertura della passata edizione del Festival, la mostra di Venezia numero 71 riconferma una buona proposta per dare il via alle danze. Birdman è un film compatto, solido, dal grande respiro cinematografico, denso di contenuti affrontati in maniera originale e profonda, con un cast strepitoso (primo fra tutti Michael Keaton) capace di sorreggere l'intera pellicola e abbellito ulteriormente dalla direzione della fotografia di Lubezki (che, pura coincidenza (?), aveva lavorato anche sul set di Gravity per il quale ottenne un premio Oscar). La vicenda racconta della psicologia di un attore cinematografico diventato famoso grazie ad un film di supereroi che ora vuole darsi al teatro. Inarritu soffoca i suoi personaggi, concentrandosi spesso su coppie di attori che si mescolano svariate volte per portare avanti la vicenda, adotta uno stile ipnotico e difficile da reggere per tutta la durata (il film è concepito come un unico piano sequenza, la novità sta nel fatto che il piano temporale e il piano del racconto non combaciano) ma che, anche grazie al sapiente utilizzo di una minimalista ed utopica colonna sonora, risulterà una delle carte vincenti della pellicola. Il film mette perennemente al centro il suo protagonista indagando i suoi sogni, le sue paure, la sua vita su e giù dal palcoscenico, ma non risparmia critiche severe ed analisi attente sui social network, sul ruolo dei critici nel mondo dell'arte, sulla voglia di fama degli attori, sui rapporti familiari ecc. Birdman riesce anche a mescolare momenti comici a sequenze decisamente drammatiche che mirano ad ingabbiare lo spettatore esattamente come il suo personaggio. Ed il finale a campo aperto (ovvero senza controcampo) sarà quasi una manna dal cielo. Per tutti.
ONE ON ONE, di Kim Ki-duk (giornate degli autori)
Dopo l'ottima scelta di Gravity come apertura della passata edizione del Festival, la mostra di Venezia numero 71 riconferma una buona proposta per dare il via alle danze. Birdman è un film compatto, solido, dal grande respiro cinematografico, denso di contenuti affrontati in maniera originale e profonda, con un cast strepitoso (primo fra tutti Michael Keaton) capace di sorreggere l'intera pellicola e abbellito ulteriormente dalla direzione della fotografia di Lubezki (che, pura coincidenza (?), aveva lavorato anche sul set di Gravity per il quale ottenne un premio Oscar). La vicenda racconta della psicologia di un attore cinematografico diventato famoso grazie ad un film di supereroi che ora vuole darsi al teatro. Inarritu soffoca i suoi personaggi, concentrandosi spesso su coppie di attori che si mescolano svariate volte per portare avanti la vicenda, adotta uno stile ipnotico e difficile da reggere per tutta la durata (il film è concepito come un unico piano sequenza, la novità sta nel fatto che il piano temporale e il piano del racconto non combaciano) ma che, anche grazie al sapiente utilizzo di una minimalista ed utopica colonna sonora, risulterà una delle carte vincenti della pellicola. Il film mette perennemente al centro il suo protagonista indagando i suoi sogni, le sue paure, la sua vita su e giù dal palcoscenico, ma non risparmia critiche severe ed analisi attente sui social network, sul ruolo dei critici nel mondo dell'arte, sulla voglia di fama degli attori, sui rapporti familiari ecc. Birdman riesce anche a mescolare momenti comici a sequenze decisamente drammatiche che mirano ad ingabbiare lo spettatore esattamente come il suo personaggio. Ed il finale a campo aperto (ovvero senza controcampo) sarà quasi una manna dal cielo. Per tutti.
ONE ON ONE, di Kim Ki-duk (giornate degli autori)
Per la terza volta consecutiva è sbarcato al lido il regista
Kim Ki-duk, quest'anno per presentare il suo ultimo lavoro, One on One, che ha avuto il
privilegio di aprire la sezione parallela delle Giornate degli Autori. La
pellicola rispecchia le ultime tendenze cinematografiche del regista, mostrando
diverse scene di violenza come già era successo nel precedente Moebius o in Pietà (sempre presentati nella cornice veneziana),
cercando di spronare lo spettatore ad una riflessione sul senso di colpa, sulla
responsabilità e sui doveri di ognuno di noi. Il problema però è che la
pellicola risulta troppo esplicita, didascalica e meno
profonda di quanto voglia apparire, a tratti persino ripetitiva e noiosa. Prendendo le mosse dall'omicidio della sua figlia adolescente, il protagonista del film cerca vendetta, ma strada facendo la violenza aumenterà e il nostro (anti)eroe perderà la bussola. Di trovate brillanti il film ne ha, la mano del maestro orientale si sente, però manca qualcosa e soprattutto non si scava mai adeguatamente. Peccato
domenica 8 settembre 2013
VENEZIA 70, Palmarès
Leone d'argento per la migliore regia: Miss Violence di Alexandros Avranas
Premio speciale della Giuria: Die Frau des Polizisten di Philip Gröning
Gran Premio della Giuria: Stray Dogs di Tsai Ming-liang
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile: Themis Panou per Miss Violence
Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Elena Cotta per Via Castellana Bandiera
Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente: Tye Sheridan perJoe
Premio per la miglior sceneggiatura: Philomena di Stephen Frears, scritto da Steve Coogan e Jack Pope
Premio speciale sezione Orizzonti: Ruin di Micheal Cody e Amiel Courtin-Wilson
Premio per la migliore regia sezione Orizzonti: Still Life di Uberto Pasolini
Premio per il miglior film sezione Orizzonti: Eastern Boys di Robin Campillo
Premio De Laurentiis Venezia Opera Prima: White Shadows di Noaz Deshe
sabato 7 settembre 2013
VENEZIA 70, Giorno 10 (6 Venerdi)
10.1 STRAY DOGS, di Tsai Ming Liang (concorso)
Nel bene o nel male, siamo di fronte al film più controverso e folgorante del festival. Il veterano regista cinese firma quella che lui stesso ha dichiarato essere la sua ultima opera e lo fa estremizzando il cinema. Nel bene o nel male, non si potrà rimanere impassibili di fronte a un'opera così. C'è chi l'ha amato alla follia e chi l'ha trovato come l'opera più disgustosa del festival. Per quanto mi riguardo, non saprei da che parte schierarmi. Il film è di indubbia qualità tecnica. E questo è un bene. Ma l'idea cinematografica di Tsai Ming Liang è un'idea troppo ostile allo spettatore e troppo estrema. Il regista lavora per "quadri". Le sue inquadrature sono di straordinaria bellezza artistica, colori vivaci, profondità di campo, perfezione compositiva. Sono inquadrature statiche e lunghissime. Per circa 10 minuti osserviamo una sorta di quadro vivente. L'emozione arriva là dove un attore inizia a piangere sempre nello stesso "quadro" e noi con lui, senza montaggio. Si respira disarmo nel racconto del film, si respira umanità e disgrazia. Però comporre una pellicola di 2 ore e 20 in questa maniera è estremo (come già detto), per poi arrivare nella mezz'ora finale dove si sfiora la video arte (cosa che personalmente non gradisco al cinema) e dove il regista forse si diverte facendo il furbo e lasciando intuire a ogni spettatore ciò che lui vuole intuire. Certo che però il film rimane dentro, un segno indelebile. Ma sarà nel bene o nel male? Ancora non so dirvelo.
Voto: non classificabile
10.2 AMAZONIA [3D]
E così, dopo 10 giorni di cinema, siamo arrivati al film di chiusura della rassegna. Eravamo partiti con Gravity, film presentato fuori concorso e girato in 3D. Chiudiamo con questo Amazonia che rispetta le stesse proprietà, un film presentato fuori concorso e girato in 3D. Un cerchio che si chiude insomma. Molti erano scettici sulla scelta di questa pellicola come chiusura del festival, invece il film si rivela un'operazione simpatica e curiosa, senza troppe pretese, ma piacevole e non scontata. Per circa 90 minuti seguiamo le avventure di una piccola scimmietta nata in cattività ma poi smarritasi nella giungla. Dovrà fare i conti con il mondo selvaggio. La terza dimensione è ben calibrata, le immagini sono a volte sorprendenti e ci regalano sequenza davvero sbalorditive a là National Geographic. Animali, fiumi, flora, tramonti servono anche per amplificare la denuncia finale del film contro lo sfruttamento dell'ambiente da parte dell'uomo.
Voto: 3/5
Voto: non classificabile
10.2 AMAZONIA [3D]
E così, dopo 10 giorni di cinema, siamo arrivati al film di chiusura della rassegna. Eravamo partiti con Gravity, film presentato fuori concorso e girato in 3D. Chiudiamo con questo Amazonia che rispetta le stesse proprietà, un film presentato fuori concorso e girato in 3D. Un cerchio che si chiude insomma. Molti erano scettici sulla scelta di questa pellicola come chiusura del festival, invece il film si rivela un'operazione simpatica e curiosa, senza troppe pretese, ma piacevole e non scontata. Per circa 90 minuti seguiamo le avventure di una piccola scimmietta nata in cattività ma poi smarritasi nella giungla. Dovrà fare i conti con il mondo selvaggio. La terza dimensione è ben calibrata, le immagini sono a volte sorprendenti e ci regalano sequenza davvero sbalorditive a là National Geographic. Animali, fiumi, flora, tramonti servono anche per amplificare la denuncia finale del film contro lo sfruttamento dell'ambiente da parte dell'uomo.
Voto: 3/5
venerdì 6 settembre 2013
VENEZIA 70, Giorno 9 (5 Giovedi)
9.1 SACRO GRA, di Gianfranco Rosi (concorso)
Innanzitutto, facciamo una premessa: sarebbe sbagliato
definire questo lavoro come documentaristico. Sacro GRA è un’opera troppo
scritta, troppo precisa e studiata, troppo inquadrata e finta per risultare
reale e veritiera. Si potrebbe parlare piuttosto di un cinema del reale (una
tendenza che negli ultimi anni trova altri esponenti come ad esempio le Quattro
Volte di Frammartino o Il Castello di D’Anolfi e Parenti), là dove il regista
Francesco Rosi spende circa due anni della sua vita a raccogliere testimonianze
e frammenti di realtà per poi metterle sullo schermo utilizzando le medesime
persone da lui incontrate. Dico questo perché di spunti interessanti il film ne
ha. Una pellicola che ruota attorno al Grande Raccordo Anulare di Roma senza
quasi mai mostrarcelo se non per qualche (ricattatoria) inquadratura notturna.
Rosi infatti si concentra sull’umanità e sulla realtà sfuggevole che circonda
quella strada. Si concentra su luoghi e personaggi di cui nessuno è a
conoscenza proprio perché per il GRA ci si sfreccia in macchina e via. Interessato ad un’umanità celata, Rosi dipinge come fossero
eroi, delle persone che più umili e comuni non si può. Però ci sono diversi
però. Il film risulta davvero troppo frammentato e vario. Veniamo a conoscenza
di circa 7 storie diverse che per i 90 minuti di pellicola si calpestano i
piedi l’una con l’altra quasi a voler fare a gara per chi dovesse apparire di
più. L’eterogeneità del contesto sarà anche giusta come idea iniziale, ma con l’avanzare
della pellicola forse concentrarsi su meno episodi ma in modo più approfondito
sarebbe stato utile. Il film continua a passare da una parte all’altra senza
connessioni di alcun tipo e stordendo un po’ la visione che alla lunga risulta
stanca(nte) e ripetitiva.
Voto: 2/5
9.2 LA JALOUSIE, di Philippe Garrel (concorso)
Si tratta di un film innocuo questo ultimo lavoro di Garrel. Un film che contenuticamente rimane un po' sulle difensive, senza osare dove forse una trama e un argomento quali quelli mostrati meriterebbero di più (e questo è un difetto), ma un film che stilisticamente regala molto agli occhi. Il regista francese dichiara sin da subito che voglia analizzare la gelosia. E lo fa sotto diversi punti di vista: la gelosia tra amanti, tra genitori, tra padri e figli, al lavoro e via dicendo. Il tutto girato in un bianco e nero delicatissimo e preciso sotto ogni riflesso o ombra,cercando di sfumare il più possibile i volti dei personaggi, ricreando un'aurea a là Novelle Vague che piace molto e che si rivela la carta più forte giocata. Il problema del film rimane nella materia trattata con pesantezza non necessaria, cosa che rende la pellicola faticosa da seguire e la che la fa sembrare molto più lunga dei suoi 75 minuti effettivi. Inoltre sembra che Garrel abbia troppa freddezza e precisione nel narrare. Più umanità e irrazionalità nello stendere la sceneggiatura avrebbero aiutato.
Voto: 3/5
9.2 LA JALOUSIE, di Philippe Garrel (concorso)
Si tratta di un film innocuo questo ultimo lavoro di Garrel. Un film che contenuticamente rimane un po' sulle difensive, senza osare dove forse una trama e un argomento quali quelli mostrati meriterebbero di più (e questo è un difetto), ma un film che stilisticamente regala molto agli occhi. Il regista francese dichiara sin da subito che voglia analizzare la gelosia. E lo fa sotto diversi punti di vista: la gelosia tra amanti, tra genitori, tra padri e figli, al lavoro e via dicendo. Il tutto girato in un bianco e nero delicatissimo e preciso sotto ogni riflesso o ombra,cercando di sfumare il più possibile i volti dei personaggi, ricreando un'aurea a là Novelle Vague che piace molto e che si rivela la carta più forte giocata. Il problema del film rimane nella materia trattata con pesantezza non necessaria, cosa che rende la pellicola faticosa da seguire e la che la fa sembrare molto più lunga dei suoi 75 minuti effettivi. Inoltre sembra che Garrel abbia troppa freddezza e precisione nel narrare. Più umanità e irrazionalità nello stendere la sceneggiatura avrebbero aiutato.
Voto: 3/5
VENZIA 70, Giorno 8 (4 Mercoledi)
8.1 L'INTREPIDO, di Gianni Amelio (concorso)
Dispiace ammetterlo, ma l'ultimo lavoro di Gianni Amelio è la più grande delusione di quest'anno. Non solo perchè il regista ha confezionato un film davvero misero e scadente, ma soprattutto perchè lui è stato (e uso questo tempo verbale perchè dopo questa pellicola la sua carriera viene sicuramente rimessa in discussione) uno dei migliori autori italiani viventi e , forse, non solo. L'intrepido ha alla base un soggetto banale, con sotto trame prive di qualsiasi sviluppo (chi me lo spiega il personaggio della ragazza? Oppure la figura del pedofilo?) e dialoghi che sembrano il frutto del lavoro di un adolescente (scusate ma tra la battuta sugli africani e le tessitrici che si interessano ad Albanese si raggiungono livelli davvero deludenti). Il film concentra tutte le sue forze sulla figura del protagonista che purtroppo Albanese non riesce a sostenere per tre motivi. Innanzitutto bisogna ammetterlo, il comico ha regalato performance migliori, in secondo luogo gli attori che lo circondano non spiccano minimamente e per finire, il problema maggiore, il suo personaggio è costruito proprio male; come già detto, le battute che recita sono poco convincenti e poi l'aria di buonismo che si respira per tutta la pellicola, il paragone (quanto mai azzardato e anche un po' sfrontato) con Charlot di Chaplin lascia davvero l'amaro in bocca. In tutto ciò, come se non bastasse, il film prende una piega finale che peggiora ulteriormente il tutto. Alla ricerca dell'happy ending, alla ricerca dell'onirismo fuori luogo, per poi terminare con uno sguardo in macchina che getta Amelio nella lista dei cattivi.
Voto: 1/5
8.2 THE UNKNOWN KNOWN, di Errol Morris (concorso)
Il giornalista Morris costruisce un documentario molto interessante e visivamente ben congegnato. Un'intervista con Donald Rumsfeld, grande uomo politico americano che, tra gli altri, ha ricoperto per ben 2 volte il ruolo di Segretario della Difesa. Rumsfeld ha le mani in pasta con tutto, e Morris non gli risparmia le domande andando ad affrontare diversi argomenti tra cui l'11 Settembre, Bin Laden, la guerra in Iraq, Saddam Hussein, Guantanamo ecc. Rumsfeld però non è il primo pivello che passa e forse la curiosità più sorprendente dell'intero lavoro è proprio la capacità del suo protagonista di rigirare le carte in tavola sempre a suo piacimento e favore. Alla fine della visione non verrà rivelato nulla di più di quanto già si sa, di quanto ufficializzato dal governo U.S.A. Rumsfeld si dimostra impassibile pur sfoggiando sempre un sorriso amichevole e rispondendo a tutte le domande eccetto l'ultima, la più semplice e umana, che liquiderà con un "non lo so" che dà un tocco in più a tutto il lavoro. Un po' ostico da seguire per chi non fosse informato sugli eventi trattati, ma un film molto piacevole. Da sottolineare la straordinaria colonna sonora di Danny Elfman che regala al tutto un tocco fiabesco, giocando sul contrasto della realtà dura che viene presa in esame.
Voto: 3/5
Voto: 1/5
8.2 THE UNKNOWN KNOWN, di Errol Morris (concorso)
Il giornalista Morris costruisce un documentario molto interessante e visivamente ben congegnato. Un'intervista con Donald Rumsfeld, grande uomo politico americano che, tra gli altri, ha ricoperto per ben 2 volte il ruolo di Segretario della Difesa. Rumsfeld ha le mani in pasta con tutto, e Morris non gli risparmia le domande andando ad affrontare diversi argomenti tra cui l'11 Settembre, Bin Laden, la guerra in Iraq, Saddam Hussein, Guantanamo ecc. Rumsfeld però non è il primo pivello che passa e forse la curiosità più sorprendente dell'intero lavoro è proprio la capacità del suo protagonista di rigirare le carte in tavola sempre a suo piacimento e favore. Alla fine della visione non verrà rivelato nulla di più di quanto già si sa, di quanto ufficializzato dal governo U.S.A. Rumsfeld si dimostra impassibile pur sfoggiando sempre un sorriso amichevole e rispondendo a tutte le domande eccetto l'ultima, la più semplice e umana, che liquiderà con un "non lo so" che dà un tocco in più a tutto il lavoro. Un po' ostico da seguire per chi non fosse informato sugli eventi trattati, ma un film molto piacevole. Da sottolineare la straordinaria colonna sonora di Danny Elfman che regala al tutto un tocco fiabesco, giocando sul contrasto della realtà dura che viene presa in esame.
Voto: 3/5
mercoledì 4 settembre 2013
VENEZIA 70, Giorno 7 (3 Martedi) - parte 2
7.3 MOEBIUS, di Kim Ki-Duk
Dopo essersi meritato il leone d'oro nella scorsa edizione del festival con Pietà, Kim Ki-Duk torna al lido per presentare fuori concorso il suo film più estremo. Moebius, primo film censurato in patria dopo 25 anni di via libera, non ha nessuna intenzione di mettere a suo agio lo spettatore, anzi, lo coinvolge in una storia malata e violenta. Una storia che il maestro orientale osa girare senza scrivere nemmeno un dialogo, ma giocando solo sugli sguardo e sulle azioni dei protagonisti. Per 90 minuti non sentiremo nemmeno una parola, ma la bravura del regista sta proprio in questo, non annoiare ma coinvolgere nonostante questo enorme ostacolo. Per quanto riguarda la materia trattata diciamo che forse Ki-Duk questa volta si è divertito un po' troppo. Lasciandosi scappare la mano sia nella violenza, mostrata inizialmente in maniera davvero cruda ed esplicita ma che a lungo andare sfocerà quasi nel grottesco, sia nella storia, in cui incesti, stupri e repressioni sessuali sono sullo sfondo di quella che potrebbe essere definita una tragedia greca ambientata in Corea. Le premesse per riproporre un altro enorme film del calibro di Pietà c'erano tutte, peccato solo che con Moebius sembra davvero essere sfuggito qualcosa. Comunque sia, se i risultati di un lavoro "distratto" sono questi, il coreano lascia sperare benissimo.
Voto: 3/5
7.4 STILL LIFE, di Uberto Pasolini
Un'opera molto interessante quella dell'italiano Uberto Pasolini, noto produttore italiano qua alla sua seconda regia. Un film con al centro un uomo solo con una bizzarra professione, gestire i funerali di persone che sono sole come lui e che dunque non avrebbero nessuno che organizzerebbe la cerimonia per loro una volta passati ad altra vita. Pasolini opta per uno stile delicato, lento nei suoi tempi ma non prolisso e si concentra molto sulla direzione degli attori che lo ricompensano più che degnamente. Nel finale purtroppo si condensano tutti gli errori di questa pellicola che cresce bene ma poi si banalizza un po' sia per la scelta narrativa che per l'ultima inquadratura piuttosto semplice e retorica. Ma comunque i minuti precedenti non si cancellano e non si dimenticano. Sicuramente non è l'enorme capolavoro che in monti hanno annunciato al Lido, ma rimane un'opera più che sufficiente, delicata e spiazzante.
Voto: 3/5
7.5 HARLOCK: SPACE PIRATE [3D]
Il giapponese Shinji Aramaki dirige questa epica pellicola in pieno stile anime (questo il nome con cui vengono chiamati i lavori d'animazione giapponesi). Lo fa però utilizzando una tecnica grafica davvero straordinaria che sta migliorando sempre più anno dopo anno. Scordatevi il "fotorealismo" di Final Fantasy, qua si viaggia a livelli molto più alti. Sia per la perfezione dei dettagli sia per le scelte dei movimenti di macchina. La tecnica però non può salvare un intero film, ancora peggio se questo film dura 2 ore e se tratto da una delle saghe giapponesi più amate e seguite. Harlock è un personaggio ormai leggenda, e gli autori del film si assumono una grossa responsabilità correndo il rischio di far arrabbiare i fans più accaniti della saga in quanto il personaggio subisce una lettura sia contenuticamente che narrativamente parlando che potrebbe essere apprezzata come odiata profondamente. Detto ciò, sul piano narrativo il film non regala nessuna perla indimenticabile e sembra essere un po' stanco e verboso, cosa che alla lunga stufa. Ma l'uso sapiente del 3D e tutte le qulità già espresse, lo rendono comunque meritevole di una visione.
Voto: 3/5
Dopo essersi meritato il leone d'oro nella scorsa edizione del festival con Pietà, Kim Ki-Duk torna al lido per presentare fuori concorso il suo film più estremo. Moebius, primo film censurato in patria dopo 25 anni di via libera, non ha nessuna intenzione di mettere a suo agio lo spettatore, anzi, lo coinvolge in una storia malata e violenta. Una storia che il maestro orientale osa girare senza scrivere nemmeno un dialogo, ma giocando solo sugli sguardo e sulle azioni dei protagonisti. Per 90 minuti non sentiremo nemmeno una parola, ma la bravura del regista sta proprio in questo, non annoiare ma coinvolgere nonostante questo enorme ostacolo. Per quanto riguarda la materia trattata diciamo che forse Ki-Duk questa volta si è divertito un po' troppo. Lasciandosi scappare la mano sia nella violenza, mostrata inizialmente in maniera davvero cruda ed esplicita ma che a lungo andare sfocerà quasi nel grottesco, sia nella storia, in cui incesti, stupri e repressioni sessuali sono sullo sfondo di quella che potrebbe essere definita una tragedia greca ambientata in Corea. Le premesse per riproporre un altro enorme film del calibro di Pietà c'erano tutte, peccato solo che con Moebius sembra davvero essere sfuggito qualcosa. Comunque sia, se i risultati di un lavoro "distratto" sono questi, il coreano lascia sperare benissimo.
Voto: 3/5
7.4 STILL LIFE, di Uberto Pasolini
Un'opera molto interessante quella dell'italiano Uberto Pasolini, noto produttore italiano qua alla sua seconda regia. Un film con al centro un uomo solo con una bizzarra professione, gestire i funerali di persone che sono sole come lui e che dunque non avrebbero nessuno che organizzerebbe la cerimonia per loro una volta passati ad altra vita. Pasolini opta per uno stile delicato, lento nei suoi tempi ma non prolisso e si concentra molto sulla direzione degli attori che lo ricompensano più che degnamente. Nel finale purtroppo si condensano tutti gli errori di questa pellicola che cresce bene ma poi si banalizza un po' sia per la scelta narrativa che per l'ultima inquadratura piuttosto semplice e retorica. Ma comunque i minuti precedenti non si cancellano e non si dimenticano. Sicuramente non è l'enorme capolavoro che in monti hanno annunciato al Lido, ma rimane un'opera più che sufficiente, delicata e spiazzante.
Voto: 3/5
7.5 HARLOCK: SPACE PIRATE [3D]
Voto: 3/5
VENEZIA 70, Giorno 7 (3 Martedi) - parte 1
7.1 UNDER THE SKIN, di Jonathan Glazer (concorso)
Presentato nella sezione Fuori Concorso Proiezioni Speciali,
quello di Alex Gibney è un riuscitissimo documentario. Una storia che sfiora
l’incredibile, soprattutto per la sua importanza sportiva, viene messa sotto la
lente d’ingrandimento del regista che da primo tifoso del ciclista americano, è
anche il primo a rimanere scotto dalle interviste rilasciate dal suo beniamino.
Lance Armstrong vinse 7 Tour de France consecutivamente. Paladino dello sport
in quanto risultato sempre positivo ai controlli anti doping e in quanto
esempio umano da seguire (Lance uscì vincitore dalla lotta contro il cancro
prima di iniziare a vincere in pista). Il film segue passo per passo le sue
avventure sportive e non intervistando le persone che più gli sono state
vicine. Ma lo fa prendendo le mosse dalle dichiarazioni shock di qualche mese
fa in cui il campione affermò di essersi sempre “drogato” per riuscire a
vincere. Dottori, giornalisti, compagni di squadra, amici e Lance in prima
persona si mettono a nudo nel film. Un mosaico toccante e riuscito che sarà
apprezzato sia dagli appassionati di ciclismo sia dai neofiti. Infatti un altro
pregio della pellicola è quello di spiegare per filo e per segno ogni singolo
aspetto delle corse (tattiche, visite mediche, allenamenti) senza dare nulla
per scontato. Si racconta di Armstrong, ma si racconta anche di tutta una
macchina politico-organizzativa che sta dietro le quinte di quello che da molti
è definito lo sport più facile del mondo. Unica pecca, la durata un po’
eccessiva.
Jonathan Glazer, famoso più che altro per i suoi lavori nel
mondo dei videoclip, sembra davvero spaesato e poco affezionato alla materia
che tratta. Un alieno sbarca sulla terra con lo scopo di studiare gli uomini.
Prima li seduce grazie alle sue forme, e poi li uccide. Va da sè che con il
procedere dei minuti la nostra protagonista inizierà a provare sentimenti più
umani per poi ritornare ancora spietata ecc. Poca carne al fuoco, pochi
contenuti e pochissimi guizzi rendono Under The Skin un film decisamente vuoto
e prolisso, che si trascina malamente per poco meno di due ore mettendo a dura
prova la pazienza degli spettatori. Ogni incontro con le diverse prede che
l’alieno incontrerà, rimane chiuso in se stesso, isolato dal contesto.
Brutalità, cattiveria, umanità, altruismo. Sembra che Glazer voglia fare una
sorta di radiografia della razza umana aprendo e chiudendo capitoli brevissimi.
Ma innanzitutto non è un buon modo di procedere, secondariamente i diversi
episodi non sono approfonditi come dovrebbero e toccano un minimo interesse
solo quando puntano a un pathos piuttosto furbo ed elementare (leggi la figura
del freak). Qualcosina di buono la possiamo trovare nelle prime
sequenze, dove il regista sembra attingere al campo cinematografico che più gli
compete, quello dei video clip. Fotografia abbagliante, suoni elettronici,
fondali astratti e molti riflessi. Ora però, purtroppo per lui (e di
conseguenza per noi) Glazer non ha ben chiaro
in mente che il cinema e la video arte sono due mondi diversi. Dunque,
accantonata questa prima parte iniziale, il film sprofonda notevolmente,
inseguendo uno scopo che non gli è chiaro e puntando tutto su una Johansson
spenta e poco convincente.
Voto: 1/5
7.2 THE ARMSTRONG LIE, di Alex Gibney
Voto: 3/5
VENEZIA 7O, Giorno 6 (2 Lunedi) - parte 2
6.3 LOCKE, di Steven Knight
Senza troppi giri di parole, Locke è il film del festival. Un titolo che quasi nessuno tra pubblico e giornalisti si era segnato da vedere quando venne presentato il programma, ma che sin dalla prima proiezione per al stampa ha fatto parlare molto positivamente di sè, il passaparola si è sparso in un attimo qua al lido e quasi tutti i visitatori della mostra hanno cambiato il loro programma per vederlo rimanendo completamente soddisfatti. Un film minimalista che più minimalista non si può. 90 minuti, un uomo che guida mentre parla al telefono. Punto. Eppure il film non annoia, intrattiene, emoziona, fa riflettere e regala un'umanità che disarma completamente. Il regista e sceneggiatore Steve Knight sa il fatto suo. Scrive uno dei copioni più avvincenti e perfetti degli ultimi anni. Copione che Tom Hardy interpreta magistralmente e che se il film fosse stato presentato in concorso gli avrebbe di diritto fatto vincere la coppa Volpi. Un grande film, una lezione di cinema e di sceneggiatura che dimostra come si possa emozionare in maniera non convenzionale, con un solo uomo in scena rinchiuso in una macchina. Sorprendente.
Voto: 4/5
6.4 PALO ALTO, di Gia Coppola
Ennesimo film sull'adolescenza. Ennesima banalità. Sesso, droga, alcool, feste, piscine, macchine, sigarette, musica, licei, primi amori, primi tradimenti. Gia Coppola è imparentata con Sofia e da lei riprende le tematiche, ma le banalizza in maniera crudele, senza mostrare un minimo di poesia o di stile cinematografico. Rimane poco negli occhi, ma soprattutto rimane poco nel cuore, dopo la visione di questo lavoro che non fa altro che puntare su un pubblico della stessa età dei suoi personaggi. Mancano persino le parole per commentarlo. Un luogo comune dietro l'altro di cui non si sentiva minimamente l'esigenza. James Franco interpreta e produce, ma poteva tranquillamente farne a meno.
Voto: 1/5
Voto: 4/5
6.4 PALO ALTO, di Gia Coppola
Ennesimo film sull'adolescenza. Ennesima banalità. Sesso, droga, alcool, feste, piscine, macchine, sigarette, musica, licei, primi amori, primi tradimenti. Gia Coppola è imparentata con Sofia e da lei riprende le tematiche, ma le banalizza in maniera crudele, senza mostrare un minimo di poesia o di stile cinematografico. Rimane poco negli occhi, ma soprattutto rimane poco nel cuore, dopo la visione di questo lavoro che non fa altro che puntare su un pubblico della stessa età dei suoi personaggi. Mancano persino le parole per commentarlo. Un luogo comune dietro l'altro di cui non si sentiva minimamente l'esigenza. James Franco interpreta e produce, ma poteva tranquillamente farne a meno.
Voto: 1/5
VENEZIA 70, Giorno 6 (2 Lunedi) - parte 1
6.1 TOM A' LA FERME, di Xavier Dolan (concorso)
Qualcuno sosteneva che un artista avrebbe dovuto sempre rappresentare/esprimere lo stesso concetto. Terry Gilliam sembra aver preso alla lettera questa filosofia, ma The Zero Theorem onestamente sembra solo un film ripetitivo e "anziano". Il regista crea una sorta di summit di tutta la sua filmografia sia contenutisticamente che stilisticamente parlando. Un uomo solo, incapace di relazionarsi con la società, ossessionato da una sorta di missione che solo lui stesso vede e segue, viene in qualche modo convertito da alcuni personaggi di contorno che proveranno a scrostare questo suo malessere ma senza una vittoria definitiva, come se le convinzioni del protagonista (un Christoph Waltz maestoso come sempre) fossero limabili ma impossibili da cancellare del tutto. Si tratta di un film zeppo di simboli, astrazioni, e mondi "paralleli" che però alla lunga rischiano di infastidire e confondere la visione dello spettatore. Gilliam punta sulla carta stilistica che ormai è il suo marchio di fabbrica, ricostruendo scenari magnifici, con costumi bizzarri e colori sgargianti. Però non aggiunge nulla di nuovo a quanto già detto, quasi come se volesse aggiornare i vecchi concetti realizzando una cover più moderna di Brazil o altri suoi titoli sicuramente più riusciti.
Quarto film del promettente e giovanissimo regista canadese (classe 1989) Xavier Dolan, Tom A' La Ferme è un oggetto strano e difficile da analizzare. Dolan, qua anche (ottimo) protagonista, racconta di un lutto e di due mondi che entrano in collisione. Lo fa con un crescendo regolare nel quale lo spettatore viene accompagnato passo per passo nel profondo della questione. Lo fa con mano sicura, indubbiamente, permettendosi addirittura di "giocare" con i formati delle inquadrature senza risultare ridicolo e approfittando di una colonna sonora decisa e al limite della ridondanza, ma perfettamente calata nel contesto. Però al film manca qualcosa. Trascurando una seconda parte nettamente in discesa rispetto alla prima (a cominciare dalla scena del ballo che potrebbe infastidire, cinematograficamente parlando, anche il meno irascibile tra il pubblico), il film sembra non (voler) evolversi mai. Rimane là, da dove è iniziato, presentando le stesse problematica dal principio alla fine e non trovando una soluzione nè per sè nè per i suoi personaggi. Si indaga la solitudine e l'avversione di due mondi inconciliabili che provano fino all'ultimo a trovare un accordo, ma che inevitabilmente falliranno, proprio come la pellicola sulla quale sono impressi.
Voto: 2/5
6.2 THE ZERO THEOREM, di Terry Gilliam (concorso)
E poi scusatemi, ma la teoria secondo cui il mondo virtuale sia più idilliaco e felice della realtà, nel 2013 è a dir poco cavernicola.
voto: 2/5
lunedì 2 settembre 2013
VENEZIA 70, Giorno 5 (1 Settembre) - parte 2
5.3 WE ARE THE BEST!, di Lukas Moodysson
Ci hanno provato in molti a mettere in scena la prima adolescenza e questo film fa parte di quei molti, però fa anche parte dei molti che non sono riusciti nell'intento. Prendendo le mosse da una vicenda più leggera, interessante e originale (3 ragazze che vorrebbero formare una rock band) il film sbava spesso, riproponendo luoghi comuni quali alcool, prime cotte, ribellioni scolastiche e familiari, senza perseguire l'obiettivo nè tematico di fotografare quell'età, nè narrativo abbandonando ben presto le vicende della band per poi ripescarle nel finale. Il tutto accompagnato da uno stile frenetico, in continuo movimento con la macchina a mano, montaggio serrato e inquadrature brevi per sottolineare il disagio e la frenesia delle protagoniste (tra l'altro molto convincente la loro prova, e trattandosi di attrici così giovani c'è da stupirsi positivamente). Alla lunga però il film stufa e soprattutto non rinnova minimamente il genere, incastonandosi in una sorta di limbo tra l'immedesimazione nei confronti dei personaggi e il ripudio per le loro azioni deprecabili, senza schierarsi da nessuna parte e continuando a confondere le carte in tavola.
Voto: 2/5
5.4 THE WIND RISES, di Hayao Miyazaki (concorso)
Purtroppo, dovessimo fare una classifica dei lavori del maestro nipponico, il film presentato in concorso oggi meriterebbe senza discutere, l'ultimo posto. E' stato da poco annunciato che The Wind Rises sarebbe stato l'ultimo film di Hayao Miyazaki, e la pellicola risente di questo addio e in qualche modo lascia cosparsi nei suoi lunghissimi 126 minuti tracce che anticipano questa scelta. Miyazaki ha sempre avuto una sorta di venerazione per gli aerei, riscontrabile anche nella sua filmografia, e come ultimo film decide di togliersi lo sfizio e raccontarci una storia che li vede come protagonisti. Una storia di passione sia lavorativa che amorosa. Un senso di malinconia pervade tutta la pellicola e Miyazaki calibra alla perfezione l'incontro dei due innamorati sullo schermo, a piccole dosi e con momenti di alto pathos tragico. Ma il film soffre principalmente di due fattori: il linguaggio tecnico e preciso, costantemente ricercato per migliorare i progetti degli aerei dal protagonista, che disturba la visione in quanto confonde notevolmente lo spettatore ignaro di tutti questi tecnicismi, e una lunghezza davvero eccessiva. Le sequenze memorabili ci sono, meno del solito, ma ci sono, così come la poesia e il lirismo. Alla fine qualcuno prenderà il volo nel vento, un po' come se proprio nel vento lo stesso regista salutasse il mondo e lasciasse in eredità i suoi film per noi, e a quel punto un brivido corre lungo la schiena. E anche se sappiamo che Miyazaki ha fatto e avrebbe potuto fare di meglio, continueremo sempre a ringraziarlo.
Voto: 3/5
Ci hanno provato in molti a mettere in scena la prima adolescenza e questo film fa parte di quei molti, però fa anche parte dei molti che non sono riusciti nell'intento. Prendendo le mosse da una vicenda più leggera, interessante e originale (3 ragazze che vorrebbero formare una rock band) il film sbava spesso, riproponendo luoghi comuni quali alcool, prime cotte, ribellioni scolastiche e familiari, senza perseguire l'obiettivo nè tematico di fotografare quell'età, nè narrativo abbandonando ben presto le vicende della band per poi ripescarle nel finale. Il tutto accompagnato da uno stile frenetico, in continuo movimento con la macchina a mano, montaggio serrato e inquadrature brevi per sottolineare il disagio e la frenesia delle protagoniste (tra l'altro molto convincente la loro prova, e trattandosi di attrici così giovani c'è da stupirsi positivamente). Alla lunga però il film stufa e soprattutto non rinnova minimamente il genere, incastonandosi in una sorta di limbo tra l'immedesimazione nei confronti dei personaggi e il ripudio per le loro azioni deprecabili, senza schierarsi da nessuna parte e continuando a confondere le carte in tavola.
Voto: 2/5
5.4 THE WIND RISES, di Hayao Miyazaki (concorso)
Voto: 3/5
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